CNA FEDERMODA TOSCANA, DEFINIAMO LA STRADA DA PERCORRERE

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Dietro alle maggiori griffe lavorano aziende lontane dai riflettori, ma determinanti per la produzione e spesso ideazione dei capi e accessori firmati. Bruno Tommassini – attivista, imprenditore, stilista, presidente di CNA Federmoda Toscana, l’associazione di categoria, rappresentanza e promozione delle PMI del sistema moda regionale – rivela il suo punto di vista sulla necessità, per il made in Italy, di guardare avanti e proseguire nell’opera intrapresa.

Bruno Tommassini, presidente di CNA Federmoda Toscana

Bruno Tommassini, presidente di CNA Federmoda Toscana. Lo stilista di Bottega Veneta è tra i fondatori dell’Arcigay e contitolare dell’azienda vinicola Prodigio. 

Bruno Tommassini, esiste un filo conduttore che accomuna i diversi ruoli e responsabilità assunti nell’esercizio delle sue molteplici occupazioni?
Il filo conduttore è la libertà. Libertà di espressione, libertà di creare, libertà di amare, libertà di essere ognuno diverso dall’altro, ma uguale al tempo stesso. L’artigianato in fondo cos’è? Il saper fare qualcosa di unico che al tempo stesso diventa un patrimonio collettivo, qualcosa di inimitabile proprio perché riconoscibile.
Nel coordinare le attività di un settore fondamentale per l’economia della regione, e non solo, come quello dell’abbigliamento e accessori moda, quale ritiene debba essere oggi il suo personale dovere verso il futuro?
Sembrerà banale, ma credere nel futuro è l’unico modo per non rimanere sepolti nel passato. Un passato di cui andiamo fieri, che ha posto le basi per garantire alla Toscana e all’Italia il proprio ruolo nel mondo, ma anche un passato che da solo non basta. Se lo stile avesse ragionato come molti fanno oggi (“Si stava meglio quando si stava peggio”), non saremmo stati capaci di immaginare le cose che rendono il made in Italy unico al mondo. La nostalgia di un grande ieri non ci darà mai la fantasia di un nuovo domani.
Per la pelletteria e la moda di lusso i distretti italiani della manifattura rappresentano ancora delle risorse preziose? Esiste davvero un potere e un valore del made in Italy?
Certo, ma solo se sapranno evolversi come i prodotti migliori che hanno ideato e realizzato. La staticità non è nella natura stessa di chi immagina ogni giorno il domani. I distretti sono un patrimonio unico, e proprio per questo devono uscire dalla sindrome da museo: non stanno lì per farsi ammirare, ma per dirci dove andare. La strada è chiara, ma mancano molte tappe per poter dire che abbiamo trovato la porta verso il futuro.
La moda è lo specchio della società. Quali valori deve oggi saper trasmettere l’accessorio per rimanere al passo coi tempi?
Eccentricità, unicità, anticonformismo. Non deve essere la norma, il canone. Al contrario l’accessorio deve avere il coraggio di aprire dei varchi nella cultura di massa del gusto e delle griffe. Deve parlare una lingua diversa da tutte, deve essere un passo oltre i tempi. Non al passo. Più che lo specchio della società, direi che la moda è il termometro di quanto una società sia creativa piuttosto che statica, cerchi se stessa nel nuovo anziché rivedersi in qualcosa che ha fatto il proprio tempo.
Quanto incide il capitale umano nel successo competitivo di un’azienda?
Non incide, ne determina il successo o il fallimento. Capitale umano significa intelligenza, creatività, unicità, diversità. Perché tutto questo sia capace però di fare prodotto, e quindi business, serve qualcuno che sappia mescolare tradizione e novità. Non parlo solo del prodotto finito, ma anche delle logiche aziendali, che in Italia si giocano tutto sulla grande sfida dello streaming sul mercato globale, mantenendo la concorrenza con i grandi avversari, e quel surplus di qualità e unicità che rendono diversi. Direi che se vinciamo, e vinceremo, possiamo parlare di capitale sovrumano! Made in Italy: allora significherà davvero evolversi in perfetto stile.
Un numero crescente di imprese italiane di abbigliamento e accessori che avevano delocalizzato in paesi dal costo del lavoro ridotto stanno riportando l’intera produzione sul mercato domestico. Quali sono a suo avviso le motivazioni o le dinamiche competitive alla base di questo fenomeno di back-reshoring?
Due fattori insieme: da una parte la corsa all’oro di chi ha pensato che la dimensione locale fosse superata grazie a internet e al mondo più veloce dove tutti credono di sapere tutto. Dall’altra una contraddizione italiana che è anche un punto di forza: avere immaginato che la storia del nostro grande Paese per caso fosse una palla al piede e non la ragione per cui proprio noi, con tutte le nostre polemiche, scontri e risse, siamo diventati unici al mondo, invidiati ma difficilmente sconfitti.
Quali sono le politiche industriali che potrebbero favorire ulteriori rientri di asset produttivi e organizzativi in Italia?
Defiscalizzazione per chi produce cose nuove per nuovi mercati. Non redditi a chi non lavora, bensì un aiuto concreto a chi creerebbe nuovo lavoro ma è terrorizzato dall’instabilità decisionale, dalle montagne russe fiscali, dal rebus giuridico che rende i processi inutili.
L’avvento dell’industria 4.0 con le sue tecnologie digitali ha ridotto notevolmente lo svantaggio competitivo finora subito dai paesi occidentali nei confronti della manodopera estera a basso costo, favorendo al tempo stesso l’efficienza del processo produttivo. Come mai la maggior parte delle imprese del settore sono ancora impreparate di fronte alla nuova sfida della digitalizzazione? Quali sono le difficoltà a introdurre percorsi innovativi all’interno di una produzione di matrice tradizionale come quella pellettiera in particolare e della moda in generale?
Chi non ha denti ha pane e viceversa. Ridurre le distanze è fondamentale, consentendo di arrivare nello Spazio se ci sarà un cliente potenziale su qualche pianeta, ma se poi non vengono forniti gli strumenti per atterrare nella nuova atmosfera, anche i piloti più esperti finirebbero per schiantarsi. Inutile avere la Ferrari se mancano le strade. www.cnatoscana.it