Industrie Chimiche Forestali, chimica aderente, mercati sfidanti, corsa all’aggregazione

Performance a lunga gittata: Industrie Chimiche Forestali tra resilience settoriale, espansione globale e L’A.I. in Laboratorio R&D.

Industrie Chimiche Forestali (ICF) si conferma snodo cruciale per l’intera filiera calzaturiera e della pelletteria, eccellendo nella produzione di adesivi e soluzioni chimiche ad alta ingegnerizzazione. In un contesto globale segnato da crescenti complessità normative e rallentamenti di mercato, l’azienda lombarda dimostra una notevole resilienza. La sua strategia si basa sull’equilibrio tra i segmenti tradizionali e i comparti industriali (in primis l’automotive), unita a un piano di crescita per aggregazione. La vera svolta, però, sembra proiettarsi sul fronte della digitalizzazione avanzata, con l’Intelligenza Artificiale pronta a ridefinire i processi di Ricerca & Sviluppo.
L’ingegner Guido Cami, Presidente e Amministratore Delegato di Industrie Chimiche Forestali, offre uno spaccato lucido e disincantato sulle attuali dinamiche di mercato e sulle strategie aziendali per navigare una congiuntura complessa.
Ingegner Cami, a caldo, quali sono le Sue impressioni e i takeaway più significativi da questo appuntamento fieristico globale, cruciale per il vostro network?
“Il riscontro è stato superiore a ogni aspettativa. Abbiamo registrato visitatori provenienti da oltre 50 Paesi, un dato che amplifica la nostra penetrazione, già estesa su 80 mercati. Dalle delegazioni centro-africane a quelle asiatiche (Giappone, Corea), fino ai player nordamericani e sudamericani, la fiera ha offerto un eccezionale spaccato della nostra clientela globale”.
Il settore calzaturiero e della pelletteria sta attraversando una fase di rallentamento. Come sta gestendo ICF questa congiuntura, considerando che gran parte del vostro business è storicamente legato a questi comparti?
“È innegabile che il clima per la calzatura, sia classica che casual e di lusso avanzato, sia attualmente poco entusiasmante. Soffriamo, come tutti, il rallentamento generalizzato, a cui si aggiunge un assestamento nel segmento sportivo dopo il boom post-pandemico. Fortunatamente, la nostra diversificazione bilancia l’equazione: l’altra metà del nostro business in settori industriali come l’Automotive ha performato solidamente. Ciò ci permette di recuperare altrove quanto si perde qui. A livello di performance, chiuderemo l’anno in linea con il precedente, il che, data la situazione, è un ottimo risultato che ci consente anche di generare cassa e distribuire dividendi”.
Le crescenti e stringenti normative europee stanno sollevando preoccupazioni nel panorama industriale. Quali sono gli effetti tangibili di questa iper-regolamentazione sulla competitività di aziende come la vostra?
“La complessità normativa che l’Europa impone è un problema concreto. Essa ci pone in una posizione di svantaggio competitivo rispetto ai produttori extra-europei, che operano in contesti di minore regulation. Noi sosteniamo costi maggiori e gestiamo processi più articolati, mentre loro possono agire con maggiore snellezza. Questa dinamica è talmente incisiva da spingere multinazionali chimiche di primo piano a ridimensionare personale e impianti. Parallelamente, c’è la questione della formazione tecnica: la carenza di profili come meccanici, chimici e ingegneri, a favore di carriere meno produttive, rappresenta una deriva che ipoteca il futuro industriale europeo”.
Lei ha sottolineato l’importanza di fare “fronte compatto”. Ritiene che le attuali strutture associative di categoria siano abbastanza incisive e coese nel tutelare gli interessi delle imprese europee?
“C’è un gap tra chi legifera e chi ne subisce le conseguenze. L’etica e il rispetto ambientale sono imprescindibili, ma le regole devono essere uniformi a livello internazionale. Oggi, un’azienda italiana che esporta all’estero si trova a competere con player locali che beneficiano di regole diverse, minori costi di materie prime ed energia. Questa disparità frena l’economia europea. Per controbattere, l’aggregazione è fondamentale: la nostra esperienza di unione con Morel e Tessitura Langé ne è la prova. Mettendo insieme le forze, abbiamo aumentato fatturato, diviso i costi fissi su una base più ampia e persino ampliato il personale. È nell’unione che si trovano le gambe aggiuntive per restare in piedi”.
Parliamo di avanguardia: l’Intelligenza Artificiale (A.I.) può realmente rendere più attrattivi e moderni i ruoli in fabbrica e, soprattutto, come si appresta ICF a integrare questa tecnologia nel suo core business?
“L’A.I. è un acceleratore. Abbiamo avviato incontri con startup specializzate coinvolgendo le nostre prime linee. L’obiettivo non è sostituire, ma aumentare il valore. Stiamo già studiando, per esempio, come un sistema di Intelligenza Artificiale possa supportare i nostri formulatori di adesivi. Oggi, il nostro “Pico della Mirandola” interno lavora per prove ed errori; domani, l’A.I. fornirà ricette chimiche predittive basate su parametri di resistenza, viscosità e certificazioni. La competenza umana resterà cruciale per l’esecuzione finale, ma l’A.I. creerà la traccia operativa ottimizzata. Dobbiamo investire e guardare ai giovani, che sono nativi di questa mentalità. L’Intelligenza Artificiale deve essere lo strumento che aiuta a trasformare mansioni meccaniche e ripetitive in attività ad alto valore aggiunto e strategico”.

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Guido Cami, President & CEO Industrie Chimiche Forestali S.p.A.