L’assemblea annuale di Assomac 2025, tenutasi a Bergamo presso il Kilometro Rosso, ha riunito i principali attori della filiera tecnologica per la pelletteria, la calzatura e la conceria. L’evento, intitolato “Crescere, collaborare e innovare in un’Europa che cambia”, moderato dal giornalista Luca Orlando, ha messo in luce le sfide e le opportunità di un settore in profonda trasformazione, tra pressioni competitive globali e la necessità di un’evoluzione strategica interna.
Il discorso del Presidente Mauro Bergozza
In un discorso di apertura schietto e diretto, il Presidente di Assomac, Mauro Bergozza, ha esordito ammettendo che “le cose non vanno bene”, pur esprimendo la speranza di poter presentare dati positivi prima della fine del suo mandato. Dal palco del Kilometro Rosso, definito “simbolo di innovazione”, Bergozza ha delineato un quadro complesso per il settore, dominato dalla crescente e inarrestabile pressione dei produttori asiatici. Ha fornito dati eloquenti: la Cina, nel 2023, ha prodotto 12,3 miliardi di paia di scarpe, pari al 55% della produzione mondiale, un volume schiacciante rispetto ai 611 milioni di paia dell’Europa, di cui 148 milioni italiani. La sfida, ha precisato, non è più solo sul prodotto finito, ma sulla tecnologia stessa, con la Cina che è diventata anche il principale fornitore di macchinari per questi mercati. A testimonianza di una certa inerzia europea, ha citato la scarsa partecipazione a fiere strategiche in Asia, sintomo di una “vera disperazione del business”.
Di fronte a questo scenario, Bergozza ha lanciato un appello deciso all’azione, identificando nell’aggregazione una necessità strategica non più procrastinabile. Ha evidenziato come oltre il 70% delle imprese italiane del comparto siano micro o piccole aziende, spesso a conduzione familiare, una frammentazione che limita la capacità di investire e competere a livello globale. Per questo, ha indicato la strada maestra in fusioni, acquisizioni e alleanze, citando esempi di successo in altri settori, come STMicroelectronics, e nel mondo del lusso, dove grandi gruppi hanno integrato la filiera per rafforzare qualità e posizionamento. Ha anche menzionato l’apertura al capitale esterno come un’altra leva per la crescita, come dimostrato dal percorso di Forestali, un’azienda associata. A sottolineare l’urgenza, ha rivelato un dato preoccupante: il numero delle aziende associate ad Assomac è sceso da 174 a 135 in dieci anni.
Il suo piano si articola su tre pilastri:
- Aggregarsi per competere: Fusioni, acquisizioni e alleanze non sono più un’opzione, ma una “necessità per sopravvivere e crescere”. Le aziende sono “troppo piccoli per competere” da sole.
- Innovazione e cambio culturale: È fondamentale imporre un ritmo di innovazione che i competitor facciano fatica a seguire. Per supportare le imprese, spesso inconsapevoli del proprio livello di digitalizzazione, Assomac ha lanciato un programma di assessment digitale gratuito.
- Collaborazione di filiera: Bergozza ha proposto un tavolo di lavoro congiunto con le altre associazioni della filiera della moda (come UNIC – Concerie Italiane) per rafforzare la competitività del sistema, influenzare le politiche europee sull’innovazione e contrastare la concorrenza sleale.
Un commosso omaggio è stato poi rivolto alla memoria di Mario Pucci, il “giornalista con la valigia” come amava definirsi, figura storica che per un quarto di secolo è stato uno degli artefici del prestigio internazionale di Assomac, grazie alla sua visione e alla sua “diplomazia del business”.
L’intervento di Maurizio Tarquini di Confindustria
Maurizio Tarquini, Direttore Generale di Confindustria, ha riconosciuto la straordinaria capacità di resilienza dell’industria italiana, che ha saputo navigare attraverso crisi continue, dall’11 settembre al Covid, mantenendo posizioni di rilievo a livello globale. Pur in un contesto di cicli economici sempre più brevi e interrotti da eventi traumatici, le imprese italiane sono diventate il quarto paese esportatore al mondo e su certe dimensioni performano meglio di quelle tedesche in termini di produttività. Tarquini ha però puntato il dito contro gli ostacoli che frenano le imprese, primo fra tutti un costo della burocrazia che in Italia è il doppio rispetto alla Germania e che erode fino a due punti di margine nel settore manifatturiero. Ha citato come esempio la legge 231, nata con intenti positivi ma trasformata in un “inferno” burocratico.
Tarquini ha esortato la politica a “credere nell’impresa”, superando un approccio populista che spesso contrasta anziché sostenere chi produce ricchezza. Ha ricordato una celebre frase di un imprenditore: “Cosa chiederesti al governo? Che ci lasci lavorare”. Ha menzionato le iniziative concrete di Confindustria, come la proposta di 80 misure di semplificazione a costo zero e la battaglia per il disaccoppiamento del prezzo dell’energia, per rendere il contesto più competitivo. Infine, ha presentato due strumenti a disposizione delle aziende: la piattaforma “Expanda”, per analizzare il potenziale di export su 5.000 categorie di prodotto in ogni paese del mondo, e l’accordo con Assomac per l’assessment digitale, sottolineando che l’innovazione digitale e l’intelligenza artificiale sono ormai imprescindibili per competere.
Il ruolo di ICE con Maurizio Forte
Maurizio Forte, Direttore dell’Agenzia ICE, ha ribadito l’impegno dell’agenzia a porsi come partner delle imprese, cercando di accompagnarle sui mercati internazionali. Ha sottolineato l’importanza di un approccio collaborativo, in cui le strategie promozionali vengono definite insieme alle associazioni di categoria come Assomac, per garantire che le risorse siano investite dove possono generare il massimo beneficio. Forte ha confermato il sostegno a manifestazioni strategiche come Simac Tanning Tech, che rappresenta un’eccellenza nel fare sistema a livello di filiera, e ha menzionato l’impegno verso fiere estere in mercati chiave come India e Hong Kong. Ha inoltre evidenziato l’attenzione verso nuove geografie come l’America Latina e l’Africa, dove è necessario “seminare oggi per raccogliere tra dieci anni”.
La visione di Giuliano Noci
L’intervento di Giuliano Noci, Prorettore del Politecnico di Milano, ha rappresentato una vera e propria scossa per la platea, mettendo in discussione le certezze del settore. Pur riconoscendo lo “straordinario pregiudizio positivo” di cui gode il Made in Italy, ha avvertito che l’eccellenza passata non garantisce il successo futuro. Il problema cruciale, secondo Noci, è il ritardo drammatico dell’Italia e dell’Europa nella trasformazione digitale. Ha snocciolato dati impietosi: l’Italia è quartultima in Europa per competenze digitali e investe in intelligenza artificiale meno del 5% di quanto investono gli Stati Uniti. Ha usato l’esempio di Volkswagen, che ha “buttato” 22 miliardi di euro in investimenti sull’auto elettrica perché ha affrontato la transizione con una “legacy mentale meccanica” anziché digitale.
La tesi di Noci è radicale: il futuro del settore non risiede più solo nella capacità di trasformare materia fisica in manufatti, ma nella gestione del dato. Le aziende devono evolversi da fornitori di macchine a provider di servizi, offrendo ai clienti il funzionamento ottimizzato dei loro impianti. Questa, secondo Noci, è “l’unica speranza di salvezza dai cinesi”, che continueranno a produrre macchine sempre migliori a costi inferiori.
L’intelligenza artificiale non è una bolla, ma una forza ineludibile che obbligherà le imprese a questa transizione. Ha usato una metafora potente: “L’intelligenza artificiale è come l’aria, entrerà in ogni anfratto. Se non la cavalcheremo, l’aria non l’avremo e si muore di asfissia”. Chi la nega, come un imprenditore che ha definito l’AI una bolla, è destinato a scomparire: “Pace all’anima sua e della sua azienda”, ha commentato Noci.
La tavola rotonda: scenari e strategie per il futuro
La giornata si è conclusa con una tavola rotonda che ha approfondito i temi chiave emersi durante l’assemblea.
- Luca Sburlati e Erika Andreetta, esperti del sistema moda, hanno confermato il momento di difficoltà del mercato, con una contrazione dei consumi e un cambiamento nelle strategie dei grandi brand. Sburlati ha evidenziato il passaggio da un acquisto di prodotto a un acquisto di esperienza, invitando i produttori di macchinari a supportare questo cambiamento, per esempio integrando l’intelligenza artificiale per il controllo qualità. Andreetta ha sottolineato come la frammentazione della filiera italiana la renda vulnerabile a logiche come il “see now, buy now”, che riducono i lotti produttivi e aumentano la volatilità.
- Guido Cami, presidente di Industrie Chimiche Forestali, azienda chimica quotata, ha portato l’esempio pratico di come la dimensione aziendale sia fondamentale per affrontare quella che ha definito una “turbolenza incredibile” mai vista in 40 anni di lavoro. La sua azienda ha perseguito due strategie: diversificazione (dalla calzatura all’automotive e al packaging) e crescita per acquisizioni per raggiungere una “massa critica”. Questo ha permesso di investire in ricerca e sviluppo, con 24 persone dedicate in un’azienda di 153 dipendenti. Facendo eco al discorso di Noci, ha affermato: “Ci siamo trasformati in un service provider. Noi non siamo produttori di adesivo, siamo venditori di un servizio che offre ai clienti di connettere due componenti o elementi che necessitano di essere assemblati”. Questo approccio, ha concluso, crea un valore che i competitor cinesi non possono eguagliare.
- Alberto Russo, esperto di M&A, ha confermato che il mercato delle aggregazioni tra PMI è molto attivo, con sempre più imprenditori che cercano di comprare per crescere. Anche i fondi di private equity guardano con interesse a operazioni su aziende con un EBITDA superiore ai 2-3 milioni di euro, con multipli di valutazione che si attestano intorno a 6-6,5 volte l’EBITDA.
- Micaele Pietro Golferenzo, private banker, ha chiuso il cerchio parlando del passaggio generazionale, definito come un momento che provoca “grandi mal di pancia” agli imprenditori. Ha spiegato come la presenza di una strategia di continuità aziendale e di una struttura manageriale solida sia un fattore cruciale per le banche. Un’azienda con un piano di successione chiaro ottiene un rating migliore e, di conseguenza, un accesso al credito a costi inferiori, elemento indispensabile per finanziare la crescita e l’innovazione.